Gli Eurobond per salvare l’Europa

di George Irvin su Social Europe

L’Italia è minacciata: lo spread tra BTP e Bund si è mosso rapidamente sopra il 6% mentre Giulio Tremonti stava cercando di alleggerire la pressione imponendo una manovra di austerity da 40 miliardi. La Grecia traballa sull’orlo del default, i bondi prtoghesi e irlandesi sono già stati degradati fino al livello “spazzatura” e anche lo spread tra titoli francesi e tedeschi si sta significativamente allargando. Citando Thomas Palley, l’architettura neo liberista dell’Europa ha barattato la stabilità monetaria per l’instabilità finanziaria. Il mercato dei bond è diventato il signore dell’Europa. La crisi del debito sovrano ha fermentato per un po’, alimentata dall’incompetenza della classe politica europea. In particolare Olanda e Germania, entrambi governati da coalizioni di centrodestra, hanno rifiutato l’idea di bond dell’Unione e ribadito – mentendo – che la crisi è il risultato dell’irresponsabilità fiscale dei paesi del sud europa. Tutto ciò è stato accompagnato dalla retorica populista secondo lo slogan “l’Unione Europea non può essere un’Unione di trasferimenti”. In realtà, il vero trasferimento di risorse lo vediamo dai cittadini greci e irlandesi verso le banche tedesche e francesi.

Come si può affrontare il problema? La risposta – ovvia – sta in qualche forma di bond dell’Eurozona (EZ), che vada a sostituire ampiamente l’emissione di titoli nazionali. Esistono diverse varianti di questo schema. La nozione di Eurobond trova origine in Stuart Hollande, la cui proposta fu raccolta dal libro bianco di Jacques Delors nel 1993. La intendeva non solo per finanziare le infrastrutture, ma anche le politiche sociali e di coesione, dalla salute all’educazione all’ambiente. L’idea è stata ripresa e rivista l’anno scorso tra gli altri anche dal Breugel Institute, con una proposta di “blue bond” preparata da Giulio Tremonti e Jean-Claude Juncker. Recentemente, si è fatta avanti una proposta complessiva di Thomas Palley su bond e riforma della Banca Europea per gli Investimenti, e ancora più recentemente ha circolato una lettera di Giuliano Amato e Guy Verhofstadt sugli Eurobond.

Tutti gli schemi proposti sono essenzialmente su base volontaria. Nessun paese dell’EZ è obbligato a partecipare, e ogni paese può continuare a emettere anche bond nazionali – soggetti però a una chiara procedura di default. Tutte le proposte hanno in comune l’idea di fondo dell’emissione di nuovi Eurobond che potrebbero essere venduti sui mercati internazionali e usati per mobilitare l’eccesso di risparmio, in particolare in quei BRIC alla ricerca proprio di diversificare le proprie riserve. Il paese più grande e forte, la Germania, si limiterebbe a “prestare” agli altri la propria credibilità come creditore in modo da abbassare i costi di prestito.

La proposta Breugel permetterebbe ai paesi dell’eurozona di convertire in Eurobond il proprio debito fino a un valore pari al 60% del PIL (ovvero il parametro di Maastricht). Il debito in eccesso sarebbe considerato “debito rosso”, la cui unica responsabilità ricade sul paese emettitore. Gli autori sottolineano che una garanzia collettiva da parte degli stati dell’EZ permetterebbe a questi titoli di essere emessi a tassi molto prossimi a quelli del Tesoro statunitense, rafforzando così anche lo status dell’Euro come valuta di riserva. In particolare, poi, questo piano è compatibile con la cosiddetta no-bailout clause del Trattato UE.

Il Piano recentemente proposto da Amato e Verhofstadt è sia simile che differente a quello di Breugel. Le differenze essenziali sono: a) come i bond della Banca Europea per gli Investimenti, gli eurobond non avrebbero bisogno di garanzie incrociate; b) gli stati membri potrebbero decidere se partecipare o no; c) il debito in eccesso sarebbe gestito dalla Banca Centrale Europea e rimarrebbe non commercializzato, così isolandolo rispetto alla speculazione, e ripianato dagli interessi degli Eurobond.

La terza proposta principale è quella avanzata da Thomas Palley e pubblicata dall’IMK di Dusseldorf. Palley sostiene che, a differenza della FED e della Banca d’Inghilterra, la BCE non sia una “banca di governo”, poiché l’architettura neo-liberista del trattato di Maastricht proibisce qualsiasi coinvolgimento della BCE nel finanziare l’Eurozona. Non esistendo alcun meccanismo per difendere i bond nazionali, egli propone che sia creata una Authority Europea delle Finanze Pubbliche, che emetta bond comprati e venduti dalla stessa BCE. La tesi centrale di Palley è che, con questo meccanismo, i parametri del 3% del deficit e del 60% del debito fissati a Maastricht diverrebbero ridondanti. Primo, il finanziamento da parte dell’Authority avverrebbe solo dopo un voto a maggioranza qualificata (pesata la popolazione) dei ministri delle finanze degli stati membri. Secondo, un nuovo bailout avverrebbe solo imponendo condizioni. Infine, continuando ad esistere i bond nazionali, il mercato regolerebbe sia questi che quelli dell’Authority.

Le diverse proposte di bond hanno tutte i propri meriti e sembra chiaro che qualcuno di questi schemi debba essere adottato. Ma sarebbe sufficiente ad evitare un default degli attuali bond? E cosa succederebbe nel lungo periodo? L’Eurozona dovrebbe comunque muoversi nella direzione del federalismo, se non politico almeno fiscale, e la questione cruciale degli squilibri commerciali deve essere risolta. Nel futuro immediato, comunque, i principali Stati membri dovranno trovarsi d’accordo sul fatto che qualunque sia il costo percepito di adottare una forma di eurobond, il costo di questa continua inazione – con i rischi di collasso dell’Euro e di recessione – sono infinitamente maggiori.

Traduzione di Diego Ciulli


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