Banche: superare il neoliberismo

di George Irvin su Social Europe

Per un breve periodo dopo la crisi del 2008, siamo stati tutti Keynesiani. Ma ora i nostri politici sono tornati al solito credo conservatore: far pagare ai poveri i debiti contratti dai ricchi, abbattendo il welfare. Ai neoliberisti non è mai piaciuto il welfare. La loro agenda, fin dai tempi di Reagan e Tatcher, è far arretrare lo stato fino a una dimensione sufficiente solo a garantire servizi minimi. Tutto ciò che andava oltre la tutela dei privilegi delle classi più potenti veniva bollato come una restrizione della libertà individuale. E questa concezione continua ad ispirare la destra, in particolare negli USA. Qui in Europa, la ricostruzione del dopoguerra che aveva creato il welfare sembrava aver messo fine a questa visione retrograda. Durante la guerra fredda la maggioranza degli europei, nonostante rifiutasse il modello comunista, rimaneva scettica anche verso il capitalismo senza regole americano, preferendo un ambiente ben regolamentato di istruzione universalistica, sanità pubblica, pensioni dignitose. Lavoro e capitale erano chiamati a operare insieme come partner sociali, riconoscendo entrambi l’importanza di interventi di tipo Keynesiano per regolare il ciclo economico, sia nelle forme di un intervento diretto, sia attraverso lo strumento della regolamentazione. O almeno, così sembrava. All’inizio, l’ideologia reaganiana sembrava confinata a un paio di paesi anglosassoni: Stati Uniti, Regno Unito, Australia. Ma dagli anni 80 in avanti, la risurrezione delle ideologie prekeynesiane si fece strada ovunque. Il ‘Washington consensus’ imponeva ai paesi che avevano bisogno del sostegno dell’FMI – come successo in particolare ai paesi in via di sviluppo – di privatizzare le imprese pubbliche, precarizzare il mercato del lavoro e, sopratutto, liberalizzare i movimenti commerciali e di capitale. Ma queste politiche divennero popolari anche in Europa. Il Trattato di Maastricht è stato preparato in particolare da banchieri che credevano nella musica del denaro. Il libro bianco di Delors del 1993, che proponeva di contrastare il trend deflattivo attraverso un piano di lavori pubblici su vasta scala, venne deriso e considerato inattuabile dai ministri delle finanze degli stati membri. La proposta di un vero e ben finanziato Tesoro europeo, in grado di promuovere interventi di tipo keynesiano, proposto per primo da Mc Dougall negli anni 70, è scivolato nell’oblio. A partire dagli anni 90 l’agenda neoliberista aveva preso campo anche a Bruxelles, e le privatizzazioni, la precarizzazione del mercato del lavoro e gli obiettivi di tasso di interesse divennero all’ordine del giorno. Nel Regno Unito nel 2003, quando Brown rifiutò di entrare nell’euro, non fu perchè non condivideva l’ideologia di politica economica dell’Ue; al contrario, lo fece percheè pensava che l’europa avrebbe imposto nuove regole. Il fatto che molti americani, sia di destra che di sinistra, pensino ancora all’europa come a un paese socialista, fa semplicemente capire il loro provincialismo. La crisi bancaria del 2008 fu traumatica tanto per i politici, quanto per i banchieri europei. A un certo punto, sembrava che gli stessi fondamenti dell’europa come economia di mercato potessero essere messi in discussione dalla crescita negativa e dall’aumento della disoccupazione. Persino i tedeschi, non certo noti per le loro simpatie keynesiane, misero denaro nel sistema bancario e intrapresero diverse forme di stimolo all’economia. E ha funzionato! La combinazione tra stabilita’ monetaria, domanda in crescita dai paesi in via di sviluppo e forza lavoro a basso costo dai nuovi paesi dell’allargamento a est ha aiutato la ripresa, guidata dalla Germania. La Germania oggi sta crescendo più di prima della crisi.  Il risultato è stato che un decennio di flussi di capitale (sopratutto tedeschi) verso i paesi periferici ha fatto crescere i salari più della produttività. I paesi mediterranei hanno accumulato deficit estero, che rispecchia il surplus tedesco. E la conseguenza interna di un deficit esterno è l’indebitamento pubblico o privato. In certi casi, si è indebitato il governo (come in Grecia), in altri il debito privato ha indebolito il sistema bancario (Regno Unito, Spagna) che e’ stato imprudentemente salvato dal governo (Irlanda). I paesi mediterranei hanno pagato il conto di questa situazione, attraverso l’imposizione di politiche di austerity e deflazione, tanto care a Merkel e ai suoi consiglieri economici. L’alternativa nel breve periodo sarebbe stata il fallimento degli stati mediterranei, che comunque tuttora sembra inevitabile per Grecia e Irlanda. Dopotutto l’Islanda si e’ rifiutata di pagare con soldi pubblici i debiti e l’irresponsabilità delle sue banche, e la formula pare aver funzionato! Si ripone molta fiducia nei nuovi strumenti di salvataggio europei, l’European Financial Stability Facility (EFSF) e l’European Stability Mechanism (ESM), ma questi strumenti appaiono come dei semplici palliativi. Nel lungo periodo, l’unica soluzione è un Tesoro europeo, in grado do emettere Eurobond. Ma la Germania e gli altri paesi del nord devono far crescere la propria domanda interna, che è stata finora compressa per liberare risorse per l’esportazione. Dal momento in cui le esportazioni di uno stato rappresentano le importazioni degli altri, richiedere a tutti gli stati europei di seguire l’esempio tedesco e essere esportatori netti è logicamente impossibile. Senza dubbio il resto del mondo non sarebbe in grado di assorbire il surplus europeo. In breve, anzichè costringere la periferia a comprimere, dovrebbe essere il centro ad espandere i consumi. Un elemento è quindi sopratutto essenziale in qualsiasi tentativo di contrastare il declino del welfare europeo e contrastare l’impoverimento del lavoro: è necessario abbandonare il paradigma neoliberista che, in effetti, significa rompere il dominio delle banche sulla nostra economia. La finanza è un bene pubblico, troppo importante per essere lasciato nelle sole mani dei banchieri. I servizi finanziari dovrebbero essere beni pubblici, con banche pubbliche a dettare gli standard per una rinnovata regolazione del settore privato. Mentre il recente accordo di Basilea 3 non impone niente alle banche per imporre la divisione tra settore commerciale e di investimento, una divisione che è scomparsa dal 1999. Ad esclusione di un bando temporaneo in Germania, il commercio dei derivati resta sostanzialmente non regolato. I credit default swaps (una forma di assicurazione sui rischi dei prodotti finanziari) sono ancora venduti al di fuori dei mercati ufficiali, e lo stesso Presidente Obama sembra aver bloccato la loro regolazione nel 2009. La proposta di una Tobin tax e’ stata portata avanti ripetutamente, ma nessuno sembra voler fare un passo decisivo. In europa e nel mondo anglosassone si e’ parlato tanto, ma si e’ agito poco. Le nostri classi politiche sembrano paralizzate, inacapaci di squarciare il velo, incapaci di agire nell’interesse della maggioranza. E’ dura ammetterlo, ma forse solo un’altra crisi finanziaria potrebbe far emergere una nuova generazione di politici capaci di farlo.

Traduzione di Diego Ciulli


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